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Eccellenza! Sappia che Don Bosco è prete all’altare, prete in confessionale, prete in mezzo ai suoi giovani, e come è prete in Torino, così è prete a Firenze, prete nella casa del povero, prete nel palazzo del Re e dei ministri». L’«eccellenza» a cui il prete di Valdocco si rivolgeva nel 1866 era il presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, Bettino Ricasoli. Era stato chiamato a impostare il processo di mediazione tra Santa Sede e Stato italiano sulle procedure per la nomina dei nuovi vescovi, a conferma della stima che godeva anche da parte di chi era schierato sul fronte opposto e conosceva bene il suo forte attaccamento al papa ma anche il suo senso civico. Uno dei suoi slogan preferiti, formare «buoni cristiani e onesti cittadini» era arrivato fin dentro le stanze della politica. E su questa base aveva impostato il suo speciale sistema educativo, aprendo scuole e laboratori per i ragazzi che la prima industrializzazione della città sabauda tendeva a sfruttare o a «scartare».

Dieci anni prima, anche Urbano Rattazzi, relatore di una legge che prevedeva la soppressione di molti Ordini religiosi e l’incameramento dei loro beni, aveva saggiato il carattere forte e determinato di Don Bosco. E, in segno di ammirazione, gli suggerì il modo di salvaguardare la congregazione che stava per fondare da possibili ritorsioni governative. In più occasioni, il prete dei giovani intervenne nelle vicende politiche come quando scrisse a re Vittorio Emanuele II di non firmare le leggi, annunciando «grandi funerali a corte» o come quando, nel 1870, invitò papa Pio IX a restare a Roma dopo la presa di Porta Pia. Il suo attaccamento al Paese e, contemporaneamente, la sua visione su Stato-Chiesa si ritrovano delineati nella sua “Storia d’Italia”, scritta per i suoi ragazzi. Ne viene fuori un Don Bosco figlio del suo tempo, che difende il potere temporale del Papa a garanzia della libertà religiosa e che condanna, senza giri di parole, l’espropriazione dei beni della Chiesa e l’uccisione di molti religiosi e sacerdoti.

Alle polemiche, preferiva la “politica del Padre nostro”, alle parole preferiva i fatti, agli interessi di parte… il bene comune. A questo, forse, pensava anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il 14 maggio scorso, depositando fiori sulla tomba di Don Bosco e definendolo uno tra gli italiani che ha contribuito alla crescita della nazione.

Antonio Carriero
2 giugno 2015


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