Il seme del Regno:

sparso su ogni terreno,

accolto e fecondo

Domenica XV del tempo ordinario A

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

seminatore

Mt 13,1-23 La fiducia nel seme del regno [1]

Per iniziare i suoi discepoli e le folle a questa mentalità evangelica e consegnare loro i giusti “occhiali” con cui accostarsi alla logica dell’amore che muore e risorge, Gesù faceva ricorso alle parabole, nelle quali il Regno di Dio è spesso paragonato al seme, che sprigiona la sua forza vitale proprio quando muore nella terra (cfr Mc 4,1-34). Ricorrere a immagini e metafore per comunicare la potenza umile del Regno non è un modo per ridurne l’importanza e l’urgenza, ma la forma misericordiosa che lascia all’ascoltatore lo “spazio” di libertà per accoglierla e riferirla anche a sé stesso. Inoltre, è la via privilegiata per esprimere l’immensa dignità del mistero pasquale, lasciando che siano le immagini – più che i concetti – a comunicare la paradossale bellezza della vita nuova in Cristo, dove le ostilità e la croce non vanificano ma realizzano la salvezza di Dio, dove la debolezza è più forte di ogni potenza umana, dove il fallimento può essere il preludio del più grande compimento di ogni cosa nell’amore. Proprio così, infatti, matura e si approfondisce la speranza del Regno di Dio: «Come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce» (Mc 4,26-27).
Il Regno di Dio è già in mezzo a noi, come un seme nascosto allo sguardo superficiale e la cui crescita avviene nel silenzio. Chi ha occhi resi limpidi dallo Spirito Santo riesce a vederlo germogliare e non si lascia rubare la gioia del Regno a causa della zizzania sempre presente.

13,1-23 La Parola ha bisogno di preghiera [2]

Non rincorriamo la voce delle sirene che chiamano a fare della pastorale una convulsa serie di iniziative, senza riuscire a cogliere l’essenziale dell’impegno di evangelizzazione. A volte sembra che siamo più preoccupati di moltiplicare le attività piuttosto che essere attenti alle persone e al loro incontro con Dio. Una pastorale che non ha questa attenzione diventa poco alla volta sterile. Non dimentichiamo di fare come Gesù con i suoi discepoli: dopo che questi erano andati nei villaggi per portare l’annuncio del Vangelo, ritornarono contenti per i loro successi; ma Gesù li prende in disparte, in un luogo solitario per stare un po’ insieme con loro (cfr Mc 6,31). Una pastorale senza preghiera e contemplazione non potrà mai raggiungere il cuore delle persone. Si fermerà alla superficie senza consentire che il seme della Parola di Dio possa attecchire, germogliare, crescere e portare frutto (cfr Mt 13,1-23).

13,3-9 La dispersione della semente [3]

Altre due cose possono aiutarci in questa preghiera in cui chiediamo la conoscenza, il sentimento interiore e la capacità di condannare. La prima è contenuta nell’esortazione di Giacomo: “Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi; perché, se uno ascolta la Parola e non la mette in pratica, costui somiglia a un uomo che guarda il pro­prio volto allo specchio: appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica come era” (Gc 1,22-25). La Parola va accolta nella memoria e nel cuore ed esercitata con le mani. Riguardo a questo possiamo leggere, qui, con calma, la parabola del seminatore (cfr Mt 13,3-9). E interrogarci sulle menzogne della dispersione della semente lungo la strada, o tra i rovi, o tra i sassi che non lasciano crescere la Verità nel nostro cuore.
La seconda cosa che dobbiamo considerare è che la menzogna sul nostro cuore ci suona così convincente da farci credere che stiamo facendo il bene. Si tratta dell’inganno nelle cose di Dio, che attecchisce specialmente nella vita religiosa. La contemplazione della vicenda di Anania e Saffira (cf. At 5,1-11) deve condurci al sentimento che l’intera comunità cristiana di quei tempi provò verso la menzogna del cuore: “Un grande timore” (5,11).
Pregando ed esaminando raggiungiamo le radici dei nostri peccati, i disordini capitali, sapendo che sono lì, nascosti, perché è lì che si trova anche l’impronta del peccato originale: “Non spunti né cresca in mezzo a voi alcuna radice velenosa, che provochi danni e molti ne siano contagiati” (Eb 12,15).

13,10-13 La Parola rifiutata indurisce il cuore [4]

Il peccato s’insedia a poco a poco nel nostro cuore e lo rende ingiusto, lo indurisce. Dietro una disobbedienza c’è sempre un prescindere dal Signore, un’idolatria, un peccato di magia: “Peccato di divinazione è la ribellione, e colpa e terafìm l’ostinazione” (1Sam 15,23). Le Sacre Scritture ricordano spesso questo indurimento del cuore a causa del peccato, dell’abbandono di Dio verso i peccatori (Rm 1,18ss). Questa è già la fine di un processo, quando siamo dominati dalla nostra ingiustizia, trascinati dalle nostre colpe come dal vento (Is 64,5-6). La caratteristica fondamentale di questo indurimento è il rifiuto istintivo dell’amore, della Parola di Dio fatta carne (che ci parla di umiltà, annientamento, croce), di ogni richiesta venuta dal cuore del Signore. Sembra persino che proprio la Parola di Dio indurisca ancora di più questi cuori ostinati e li renda più ribelli (Lc 8,9-10; Mt 13,10-13; Mc 4,10-12).

13,14ss La durezza del cuore [5]

Gesù affronta questa durezza di cuore, che assume diverse forme a seconda dei casi ma la cui origine è sempre la stessa: il peccato come velo che offusca l’intelligenza (2Cor 3,14ss), come abbandono di Dio attraverso l’ostinazione di chi non si apre alla sua grazia salvifica (si ricordi il tragico testo di Rm 1,18ss), come inganno autosufficiente di chi ha scelto non più il peccato, ma l’ostinazione di non volerlo ab­bandonare nonostante le evidenze si impongano con tutta la loro forza (Mt 28,11-15). Ma quando un cuore è abituato a vivere nelle tenebre, diventa come una talpa e qualsiasi luce ne acceca la vista. Questa durezza di cuore era già stata profetizzata da Isaia: “Ascoltate pure, ma non comprenderete, osservate pure, ma non conoscerete. Rendi insensibile il cuore di questo popolo, rendilo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi, e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da essere guarito” (Is 6,9-10ss; Mt 13,14ss; At 28,26-27; Gv 12, 40).

13,22 Lo spirito del mondo soffoca la parola [6]

San Giovanni ci esorta a non amare il mondo, quel mondo che è autonomo rispetto a Dio, quel mondo che è oggetto di possesso: il mondo, che è stato creato per condurci a Dio, si trasforma in “mondo” malvagio, che fa a meno della sovranità di Cristo. E questa degradazione è figlia della concupiscenza: nasce quando il “desiderio” diventa “concupiscenza”. Allora parliamo dello “spirito del mondo”: Gesù ci mette in guardia da esso definendolo come colui che soffoca la parola (Mt 13,22), che è padre di figli molto più astuti dei figli della luce (Lc 16,8). Lo spirito del mondo indirizza il nostro cuore concupiscente appresso alla carne, agli occhi, alla stima orgogliosa dei beni (cfr 1Tm 6,9; Gv 7,18).

13,22 Lo spirito del mondo [7]

Gesù ci previene contro questo spirito del mondo defi­nendolo come quello che soffoca la Parola (Mt 13,22), come pa­dre di figli molto più astuti di quelli della luce (Lc 16,8). Questo spirito del mondo rivolge il nostro cuore concupiscente verso la carne, gli occhi, la fiducia orgogliosa nei beni (cfr 1Tm 6,9; Gv 7,18). Lo spirito del mondo è padre dell’incredulità e di ogni empietà. Fu precisamente il dio di questo mondo che accecò la sua mente (2Cor 4,4), sotto l’inganno di una sapienza che - in definitiva - non risultò più che un astuto stratagemma, incapace di valicare i confini del proprio egoismo: “Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mon­do? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo?” (1Cor 1,20). “Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei domina­tori di questo mondo che vengono ridotti al nulla” (1Cor 2,6). San Paolo insiste nel consiglio: “Non conformatevi alla mentali­tà di questo secolo” (Rm 12,2), più letteralmente: “non entrate negli schemi del mondo”.
E l’avvertimento a noi che abbiamo peccato e abbiamo cono­sciuto il Signore: “Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle potenze dell’aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli. Nel numero di quei ribelli, del resto, siamo vissuti anche tutti noi, un tempo, con i desideri della nostra carne, seguen­do le voglie della carne e i desideri cattivi...” (Ef 2,1-3).
Così come il peccato ha indurito il nostro cuore rendendoci iniqui, è proprio dello spirito del mondo farci divenire vani­tosi.


NOTE

[1] Messaggio per la 51ma Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali (24 gennaio 2017).
[2] Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova Evangelizzazione, 19 settembre 2014.
[3] Veracità e conversione. Terzo esercizio, in J. M. Bergoglio - Francesco, Il desiderio allarga il cuore. Esercizi spirituali con il Papa, EMI, Bologna 2014, 55-56.
[4] Peccato, in J. M. Bergoglio - Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Milano 2014, 71-13; Male, in: Papa Francesco - J. M. Bergoglio, La misericordia è una carezza. Vivere il giubileo nella realtà di ogni giorno, a cura di Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2015, 77-108.
[5] La manifestazione del peccato, in J. M. Bergoglio – Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 101-103; Francesco, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori - LEV 2014, 60-63.
[6] Lo Spirito del mondo, in Papa Francesco – J. M. Bergoglio, Pastorale sociale, Jaca Book – Comunità Sant’Egidio, Milano 2015, 281-285; Lo spirito del mondo, in J. M. Bergoglio - Papa Francesco, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità. Introduzione di Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2014, 145-150.
[7] Lo spirito del mondo o l’antiregno, in Papa Francesco - J. M. Bergoglio, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book (Milano) - LEV, Milano - Città del Vaticano 2013, 40-41.

  

pg-sito

A don Riccardo Tonelli
Salesiano appassionato dei giovani
Padre della pastorale giovanile
Maestro di evangelizzazione e educazione
Amico e compagno di viaggio


«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi.
Rimanete nel mio amore.
Se osserverete i miei comandamenti,
rimarrete nel mio amore,

come io ho osservato i comandamenti del Padre mio
e rimango nel suo amore.

Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi
e la vostra gioia sia piena.

Questo è il mio comandamento:
che vi amiate gli uni gli altri

come io ho amato voi.
Nessuno ha un amore più grande di questo:
dare la sua vita per i propri amici.

Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando.
Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa
quello che fa il suo padrone;

ma vi ho chiamato amici,
perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio

l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi
e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto
e il vostro frutto rimanga;

perché tutto quello che chiederete
al Padre nel mio nome, ve lo conceda.

Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri»
(Gv 15,9-17)

«Ecco il progetto di Dio per gli uomini e le donne di ogni tempo
e dunque anche per tutti i giovani e le giovani del III millennio, nessuno escluso»

(Sinodo dei Vescovi - XV Assemblea Generale Ordinaria, Documento Preparatorio)

 

SOMMARIO

Premessa
Nano sulle spalle di giganti (pdf)

Prefazione
L’originalità cristiana della proposta educativa (Giuseppe Mari)

1. Introduzione: la forza e la forma del Vangelo

 

Prima Parte
I CARDINI TEORICI

2. Il destino dell’educazione tra i lumi della ragione e l’oscuramento della fede (Paolo Zini)
3. L’evangelizzazione: le dimensioni costitutive della missione ecclesiale (Andrea Bozzolo)
4. L’educazione e le sue articolazioni (Roberto Carelli)

 

Seconda Parte
IL NUCLEO GENERATIVO

5. Il nodo teologico: incarnazione, eucaristia e croce
6. Criteri per pensare la pastorale giovanile

 

Terza Parte
I CARDINI PRATICI

7. L’obiettivo: discepoli e apostoli del Signore
8. La dinamica: la gioventù come età dell’accordatura
9. L’orizzonte: gli ambiti della pastorale giovanile
10. Conclusione: speranza e responsabilità

 

Postfazione: La fedeltà a Cristo e il suo debordamento (Salvatore Currò)

 

La confessione finale

di un laico

Jean D'Ormesson

sole-luce

Verrà molto presto il momento in cui mi troverò di fronte a Dio.
In cui mi troverò di fronte a Dio... Per noi poveri viventi in queste parole incerte tutto è soggetto a cauzione e a dubbio. Quando mi troverò di fronte a Dio probabilmente non ci sarà più assolutamente niente. Non ci sarà più il tempo. E a capire che non c'è niente io non ci sarò più. E forse non ci sarà nemmeno Dio.

Io non lo so se Dio esiste. Dio, o la natura, mi ha rifiutato il dono della fede. Chi sono io per rispondere con un sì o con un no a una domanda più grande di noi? Dio, o la natura, non mi ha permesso di decidere su un segreto e su un mistero così remoti al di sopra di me. Nel dubbio che mi assilla e spesso mi sommerge brilla tuttavia la speranza. Unamuno dice, non ricordo più dove, che credere a Dio forse consiste nello sperare che esista. Allora, sì, credo in Dio. Perché spero che esista.
Quando comparirò di fronte a quel Dio a cui devo tutto – la mia vita, le mie gioie, le mie pene, l'universo che mi circonda, il sole sul mare, la mia allegria che era viva e i miei dubbi che erano crudeli – mi getterò ai suoi piedi e gli dirò:
«Signore, perdonami. Ti ho tradito molto. Sono stato indegno della grandezza e della fiducia che mi avevi accordato poiché, nella tua bontà, mi hai dato la vita e mi hai lasciato libero di scegliere. La mia mediocrità la disprezzo con forza, ma purtroppo un po' tardi. Non sono stato né un eroe, né un martire, né un santo. Mi sono occupato di me molto più che di coloro che mi avevi affidato come fratelli. Sono stato indegno delle promesse che mi avevi elargito. Ho ricevuto molto più di quanto abbia mai dato. Ho ceduto troppo alla pigrizia, alla vanità, all'indifferenza nei confronti del prossimo, al gusto del guadagno, al delirio di voler essere sempre primo tra i primi. Ho vissuto nel tumulto e nell'agitazione. Ho cercato la felicità e troppo spesso il piacere.
Tu lo sai, mio Dio. Ho amato le baie, il tuo mare che ricomincia all'infinito, il tuo Sole che era diventato mio, molte tue creature, le parole, i libri, gli asini, il miele, gli applausi di cui provavo vergogna, ma che coltivavo. Ho amato tutto ciò che passa. Ma ciò che ho amato soprattutto sei tu, che non passi. Ho sempre saputo di essere meno di niente sotto lo sguardo della tua eternità e che sarebbe venuto il giorno in cui sarei comparso di fronte a te per essere finalmente giudicato. E ho sempre sperato che la tua eternità di mistero e di angoscia fosse anche e soprattutto un'eternità di perdono e d'amore.
Non ho fatto quasi nulla del tempo che mi hai prestato e poi ti sei ripreso. Ma, in maniera maldestra e ignorante, dal fondo del mio abisso non ho mai smesso di cercare la via, la verità e la vita».

(Malgrado tutto, direi che questa vita è stata bella, Neri Pozza 2017, pp. 370-371)

 

Un contributo dell’Istituto di Catechetica UPS
alla Chiesa italiana

nel contesto e in preparazione al Sinodo dei Vescovi del 2018:
i giovani, la fede e il discernimento vocazionale


Master di 1° livello per

Educatori di Adolescenti

MasterAdolescentiX Copertinasito

L’esigenza di sostenere e accompagnare le Chiese locali nel rinnovamento dei processi di educazione alla fede relativi alla fascia degli adolescenti (14-19 anni), in un orizzonte che privilegia l’educazione integrale del «buon cristiano e onesto cittadino», spinge l’Istituto di Catechetica della Facoltà di Scienze dell’Educazione (FSE) dell’Università Pontificia Salesiana (UPS), su richiesta e in collaborazione con l’Ufficio Catechistico Nazionale (UCN) e il Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile (SNPG) della Conferenza Episcopale Italiana, a proporre un Master di primo livello per educatori degli adolescenti in ambito ecclesiale.

La proposta risponde anche al sentito bisogno di una qualificazione specifica e di aggiornamento per i Direttori degli Uffici Catechistici e del Servizio per la Pastorale Giovanile nell’ambito delle Diocesi italiane e per i collaboratori che li affiancano a vari livelli nell’animazione pastorale e catechistica diocesana.
Il Master, con finalità di aggiornamento nelle scienze dell’educazione e di formazione specifica nella metodologia catechetico-pastorale, intende abilitare le persone indicate dall’Ordinario all’assunzione di responsabilità e coordinamento a livello diocesano e parrocchiale della pastorale e catechesi con gli adolescenti.

Il Master è rivolto a Direttori e Collaboratori degli Uffici Catechistici Diocesani (UCD) e del Servizio di Pastorale giovanile Diocesano (SPGD) e a Educatori che svolgono un servizio negli Oratori e Centri Giovanili (OCG).
Per accedere come studenti Ordinari al Master si richiede il Baccalaureato/Laurea in Filosofia o Teologia o Scienze dell’Educazione o, più in generale, Scienze umane. Possono essere ammessi come Ospiti quegli studenti che hanno un “curriculum vitae” ritenuto idoneo dal Direttore del Master.

In linea con gli intenti del progetto, il Master intende garantire non solo la conoscenza dei contenuti ma la capacità di padroneggiarli, elaborarli, gestirli e applicarli. Il Master prevede delle aree tematiche e contenuti della formazione, offerti nelle lezioni frontali, approfonditi e sperimentati poi nei laboratori e nel tirocinio. Il Master, con forte accentuazione applicativa è strutturato in 1500 ore, pari a 60 ECTS.

Il Master ha una durata di 15 mesi (settembre 2017 – dicembre 2018), con la frequenza così distribuita:
* [Tre settimane intensive di 5 giorni] 11-15 settembre 2017; 9-13 febbraio 2018 e 7-11 (14-18) settembre 2018.
* [Due incontri di 3 giorni] 13-15 novembre 2017 e 11-13 maggio 2018 (lunedì-mercoledì).
Sede del Master: Università Pontificia Salesiana, Piazza dell’Ateneo Salesiano, 1 – 00139 ROMA.

Per informazioni e iscrizioni:
Indirizzo mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Pagina web: rivistadipedagogiareligiosa.it

Depliant

 

copertina-diario

È possibile che un diario bello ed elegante (copertina cartonata - 350 pagine - 4 colori - rilegato) costi solo € 5?
Abbinato al diario c'è l'opportunità di fare un gesto di solidarietà, perché con altri € 5 ne regali uno uguale ad un bambino che vive in uno dei Paesi del Terzo Mondo.
Sì è possibile spendere € 10 per 2 diari, se il diario si chiama "IL MIO CARO LONTANO COMPAGNO DI BANCO"!
L'unico edito in 4 lingue, dal momento che il Compagno Lontano lo riceverà nella sua lingua.
È nato come Progetto di Educazione alla Mondialità, per sensibilizzare gli scolari italiani (bambini e preadolescenti) a guardare oltre il proprio banco e gettare un ponte di amicizia con un loro coetaneo che vive "lontano", spesso in condizioni di estrema difficoltà, pur avendo gli stessi diritti all'istruzione.
I contenuti del diario sono ricchi di sollecitazioni educative:
* il calendario nelle tre grandi religioni monoteiste;
* una scheda per ciascuna delle 10 scuole del SUD del Mondo con cui le classi di scuole italiane potrebbero gemellarsi;
* una pagina dedicata alle domeniche e alle feste con tavole disegnate da Cesar;
* un racconto (IL MIGLIOR AMICO) da interpretare e illustrare;
* il ricordo delle principali Giornate Internazionali;
* spunti di umorismo.
Il tutto in una veste grafica accattivante.
Un diario decisamente "alternativo" che ogni genitore cui sta a cuore la crescita umana, culturale e solidale del proprio figlio non dovrebbe farsi sfuggire. Un dono che lo accompagnerà ogni giorno dell'anno scolastico e gli suggerirà "una parolina all'orecchio" che lo aiuterà a maturare.

Qui la sua "strutturazione" in un depliant pdf.

Lo si può richiedere direttamente ai creatori del Progetto e lo si riceverà per posta:
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Il silenzio e la fede

Max Picard

 silenzio

I
Un intimo rapporto lega il silenzio e la fede. La sfera della fede e la sfera del silenzio s'implicano a vicenda. Il silenzio è la base naturale sulla quale si dispiega la dimensione sovrannaturale della fede.
Un Dío si è fatto uomo per amore dell'uomo: questo evento è talmente enorme e contrario ad ogni esperienza della ragione o ad ogni visione dell'occhio che l'uomo non riesce a rispondervi con la parola. Uno strato di silenzio sí posa quasi spontaneamente tra questo evento eccezionale e l'uomo e in questo silenzio l'uomo si avvicina a quell'altro silenzio che circonda Dio. È nel silenzio che in primo luogo s'incontrano l'uomo e il mistero, ma la parola che nasce da questo silenzio è originaria come la prima parola che non ha ancora mai detto alcunché; per questo è capace di parlare del mistero.
È segno dell'amore divino il fatto che il mistero si circondi sempre di uno strato di silenzio; l'uomo è così esortato a serbare presso di sé uno strato di silenzio per avvicinarsi al mistero. Oggi che nell'uomo e intorno all'uomo non vi è che rumore, l'accesso al mistero risulta difficile. Se manca lo strato di silenzio, la dimensione straordinaria si mescola facilmente con quella ordinaria, con il normale andamento delle cose, e l'uomo riduce allora lo straordinario a semplice parte dell'ordinario, dell'affarìo abituale.
La parola di molti predicatori sul mistero manca spesso di vitalità e risulta inefficace: deriva semplicemente dalla parola già mescolata con migliaia di altre parole, non dal silenzio; eppure nel silenzio avviene non soltanto il primo incontro tra l'uomo e il mistero, ma dal silenzio la parola attinge anche la forza di divenire straordinaria come la straordinarietà del mistero, elevandosi sopra l'ordine delle parole normali come il mistero si eleva sul normale andamento delle cose, e sembra anzi che la parola non sia stata creata per nient'altro che per rappresentare lo straordinario. In tal modo s'identifica con lo straordinario, col mistero, ed è potente come il mistero.
Certo, grazie allo spirito l'uomo è capace di rendere originale e potente la parola, ma la parola che deriva dal silenzio è già naturalmente originale e non c'è bisogno che lo spirito impieghi molta della sua forza per restituire originalità alla parola, giacché il silenzio gliel'ha già conferita; in tal senso il silenzio aiuta lo spirito.
L'uomo riuscirebbe anche soltanto con lo spirito a mantenersi permanentemente nella fede, ma allora lo spirito dovrebbe sempre essere desto, vigilare sempre su se stesso e la fede cesserebbe di essere qualcosa di spontaneo, che esiste senza sforzo. In tal caso l'importante parrebbe lo sforzo di restare nella fede e non la fede stessa; l'uomo che crede in tale tensione potrebbe allora ritenere di essere investito della fede direttamente da Dio medesimo, come qualcuno a cui Dio abbia donato la fede direttamente, quasi fosse un eletto, un profeta. La fede è certo lo straordinario, ma non il contesto esteriore della fede, non lo sforzo per reggerla. Quando manca la base naturale del silenzio, il contesto esteriore diviene lo straordinario.

II
Il silenzio di Dio è diverso dal silenzio umano. Non si oppone alla parola: in Dio parola e silenzio sono uno. Proprio come la parola caratterizza l'essenza umana, così il silenzio è l'essenza di Dio, anche se in lui ogni cosa è chiara ed è nel contempo parola e silenzio.

La voce di Dio non è una voce qualsiasi della natura o l'insieme delle voci della natura, bensì la voce del silenzio. Se è vero che tutto il creato sarebbe muto se il Signore non avesse donato la voce e che quindi tutto ciò che ha fiato deve lodare il Signore, è altrettanto vero che soltanto chi percepisce la voce inaudibile può sentire la voce propria del Signore in tutte le voci (Wilhelm Vischer) [1].

Talvolta sembra che l'uomo e la natura parlino soltanto in quanto Dio ancora non parla e che l'uomo e la natura tacciano soltanto perché non odono ancora il silenzio di Dio.
Grazie all'amore il silenzio di Dio si trasforma in parola; la parola di Dio è silenzio che si dona, silenzio che si dona all'uomo.
Se qualcuno, come Paolo, «ha udito parole ineffabili che all'uomo non è dato pronunciare» [2], questa ineffabilità grava sul silenzio umano, lo rende più profondo e la parola che proviene da questa profondità abitata dall'ineffabile porta in sé una traccia dell'ineffabile divino.

Nel ciel che più della sua luce prende
fu' io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là su discende,
perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si sprofonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.
(Dante, Divina commedia, «Paradiso» I, 4-9) [3]

III
Nella preghiera la parola torna spontaneamente al silenzio, si pone anzi sin dall'inizio nella sfera del silenzio: è accolta da Dio, tolta all'uomo, e assorbita nel silenzio, ove svanisce. La preghiera può non aver fine: la parola della preghiera scompare sempre nel silenzio, poiché pregare è trasfondere la parola nel silenzio.
Nella preghiera la parola emerge dal silenzio come ogni vera parola, ma scaturisce dal silenzio soltanto per giungere fino a Dío, per giungere alla «voce di un sottile silenzio» [4].
Nella preghiera la regione del silenzio inferiore, del silenzio umano, entra in contatto con il silenzio superiore, quello divino e il silenzio inferiore trova riposo in quello superiore. Nella preghiera, la parola e quindi l'uomo stanno a metà strada tra due regioni del silenzio. Nella preghiera l'uomo è sospeso tra queste due regioni.
Altrimenti, al di fuori della preghiera, il silenzio dell'uomo raggiunge il proprio compimento e il suo senso attraverso la parola. Ma nella preghiera, raggiunge il proprio senso e la pienezza attraverso l'incontro con il silenzio divino.
Altrimenti, al di fuori della preghiera, il silenzio dell'uomo è a servizio della parola umana, ma adesso, nella preghiera, la parola della preghiera è a servizio del silenzio umano: qui la parola conduce il silenzio umano al silenzio divino.

Lo stato attuale del mondo, la vita intera è malata. Se fossi medico e mi si chiedesse un consiglio, risponderei: create silenzio! Fate tacere gli uomini! Altrimenti la parola di Dio non può essere sentita. E se si ricorre a mezzi altrettanto rumorosi per renderla percepibile anche nel baccano, allora non è più la parola di Dio. Create dunque silenzio! (Kierkegaard).


NOTE

1 Wilhelm Vischer (1895-1988), teologo svizzero noto soprattutto per la sua opera in due volumi: Das Christenszeugnis des Alten Testaments (1934).
2 2Corinzi 12, 4: «Quoniam raptus est in Paradisum: et audivit arcana verba, quae non licet homini loqui».
3 Nel testo l'autore cita la versione tedesca di Karl Vossler (1942).
4 1Re 19, 12: sul monte Oreb la presenza di Dio si manifesta ad Elia nel «mormorio di un vento leggero». Cf. anche nota 8, p. 30.

(FONTE: Max Picard, Il mondo del silenzio, Servitium 2014 II ed, pp. 199-202)


Forza e debolezza

dei giovani

Etty Hillesum

 giovaniEtty

Siccome sono ancora tanto giovane, e ho la volontà indistruttibile di non lasciarmi metter sotto; e siccome ho la sensazione di poter contribuire anch'io a colmare le lacune recenti - e me ne sento la forza -, per tutti questi motivi io mi rendo appena conto di quanto poveri siamo diventati noi giovani, quanto siamo rimasti soli. O è ancora una forma di stordimento?
Il prof. Bonger è morto...
Lui è indimenticabile per me...
Mancavano poche ore alla capitolazione. Ed ecco la figura pesante, goffa, chiaramente riconoscibile di Bonger che se ne andava lungo l'IJsclub, occhiali azzurri su quella testa pesante e originale; guardava le nuvole che da lontano sovrastavano la città, provenienti dal porto delle petroliere dato alle fiamme. Non dimenticherò mai quella scena - quella figura goffa, con la testa di traverso, che guardava le nuvole di fumo in lontananza. In uno slancio spontaneo ero corsa fuori senza mantello, l'avevo raggiunto e gli avevo detto: buongiorno, professor Bonger, ho pensato molto a lei in questi ultimi giorni, l'accompagno un pezzetto.
E lui mi aveva guardata di traverso coi suoi occhiali azzurri e non aveva la minima idea di chi potessi essere, malgrado due esami e un anno di lezioni; ma in quei giorni c'era una familiarità così grande tra le persone, che avevo continuato a camminargli accanto. Non ricordo con precisione il nostro dialogo. Era il pomeriggio in cui tutti cercavano di fuggire in Inghilterra; gli avevo chiesto: crede che abbia senso fuggire? E lui: la gioventù deve rimanere qui. E io: crede che la democrazia finirà per vincere? E lui: vincerà di certo, ma alcune generazioni ne faranno le spese. E quel feroce Bonger era indifeso come un bambino, era quasi dolce; io avevo sentito il bisogno irresistibile di mettergli un braccio intorno alla vita e di guidarlo come un bambino - e così, col mio braccio intorno a lui, avevamo camminato lungo l'IJsclub. Sembrava affranto, era pieno di benevolenza. Tutta la sua passione e la sua virulenza si erano spente. Il cuore mi si gonfia quando penso a com'era quel giorno, il burbero delle nostre lezioni. E arrivati allo Jan Willem Brouwersplein lo avevo salutato, mi ero piantata davanti a lui e gli avevo preso una mano fra le mie, lui aveva chinato un po' il capo con tanta gentilezza, mi aveva guardata attraverso gli occhiali azzurri che gli nascondevano gli occhi e mi aveva detto, quasi con comica solennità: mi ha fatto piacere! E la prima cosa che avevo sentito la sera dopo, arrivando al corso di Becker, era stata: Bonger è morto! Io avevo replicato: non è possibile, gli ho parlato ieri sera alle sette. E Becker: allora lei è stata una delle ultime persone che gli hanno parlato. Alle otto si era sparato alla testa.
E dunque una delle sue ultime parole era stata per una studentessa sconosciuta, che lui aveva guardato con benevolenza attraverso un paio di occhiali azzurri: mi ha fatto piacere!
Bonger non è l'unico. È tutto un mondo che va in pezzi. Ma il mondo continuerà ad andare avanti e per ora andrò avanti anch'io. Restiamo senz'altro un po' impoveriti, ma io mi sento ancora così ricca, che questo vuoto non m'è entrato veramente dentro. Però dobbiamo tenerci in contatto col mondo attuale e dobbiamo trovarci un posto in questa realtà; non si può vivere solo con le verità eterne: così rischieremmo di fare la politica degli struzzi. Vivere pienamente, verso l'esterno come verso l'interno, non sacrificare nulla della realtà esterna a beneficio di quella interna, e viceversa: considera tutto ciò come un bel compito per te stessa. E ora leggo ancora qualcosa, e poi a dormire. Domani si lavora di nuovo, alla scienza, alla casa, e a me stessa; non si può trascurare nulla e non si può neppure prendersi troppo sul serio, buona notte.

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