“E Dio vide che era cosa buona…”

 

Giovani: vocazione laici /2

Paola Bignardi

(NPG 2016-02-63)


Ogni vocazione è chiamata; suppone una risposta maturata nell’intimo della coscienza e assunta nella libertà.
Presume dunque una scelta.
Educare un giovane a compiere una scelta vocazionale significa innanzitutto educarlo a scegliere. Questo vale anche e soprattutto nel caso della vocazione laicale.
La tradizione spirituale e la consuetudine pastorale hanno consolidato l’idea che quella dei laici non è una vocazione, ma caso mai la condizione di coloro che non hanno deciso di farsi preti o monache. Una situazione di risulta: quella che resta dopo che un giovane ha scartato altre possibilità.
Ma se la condizione dei laici cristiani è, come ogni altra scelta di vita, vocazione, allora anch’essa sta dentro la prospettiva di un ideale attraente, richiede un discernimento attento, ha bisogno di libertà di decisione e di entusiasmo di adesione. È possibile questo nel caso della vocazione laicale?
Forse fino a prima del Concilio era difficile porsi in questo orizzonte, ma oggi ogni giovane nel discernimento vocazionale ha davanti a sé, nella prospettiva della vita laicale, un ideale prezioso che consente nella gioia la pienezza della realizzazione di sé.
Il Concilio ha accompagnato i cristiani e le comunità a scoprire ciò che la Scrittura insegna non solo sulla Chiesa e sulla vita cristiana, ma anche sul mondo e sull’umanità.
Si legge nella costituzione conciliare Lumen Gentium che i laici sono coloro che per loro vocazione cercano il “regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo”. Il mondo: luogo di vita e di incontro con Dio; luogo di responsabilità e di gioia; luogo affascinante e ambiguo. Questo è lo spazio che il laico è chiamato non a rifuggire, ma ad abitare e a trasfigurare, a rendere di nuovo bello come Dio l’ha pensato, secondo l’armonia che lo ha generato.

Il mondo: dono e responsabilità

I laici cristiani vivono nel mondo la loro originaria appartenenza a Dio e qui incontrano il Signore, scrutano la sua presenza, rispondono ai suoi appelli. E se, fino a qualche decennio fa, si diceva che per vivere una vera vita cristiana era necessario porre distanza tra sé e il mondo, oggi sappiamo che la vocazione alla santità si accoglie in famiglia, sul lavoro, nell’ambito delle relazioni sociali e civili vissute con spirito evangelico. Dunque vivere nel mondo significa non appartarsi, non separarsi dalle ordinarie condizioni degli uomini e delle donne del proprio tempo, per essere fedeli al Signore, ma restare dentro un'esperienza umana e sociale comune a quella di ogni contemporaneo, condividendola nel suo svolgersi, nelle sue responsabilità, nel suo evolversi storico.
L’invito del Concilio a immergersi nella realtà secolare è un implicito riconoscimento della bontà del mondo, della vita umana, della storia comune...; è la scoperta delle implicazioni che ha il credere in un Dio fatto uomo. La Scrittura si apre con la grandiosa immagine di Dio che dopo aver creato il mondo si compiace della sua bellezza: “e Dio vide che era cosa buona…”; che si entusiasma davanti all’uomo uscito dalle sue mani: “e Dio vide che era cosa molto buona…!”; passeggia con lui nel giardino di Eden.
Vi è uno sguardo di compiacenza di Dio sulle cose da lui create, invito per l’uomo ad avere con esse un rapporto positivo e riconoscente, ancor prima della relazione destinata a trasformarlo con la propria azione. Anche il mondo, guardato con l’occhio di Dio, diviene oggetto di stupore e ammirazione da parte dell’uomo.
È l’invito ad apprezzare il mondo come dono e come responsabilità.
Dire “mondo” significa dire la vita, le fatiche, le speranze, i drammi dell’esistenza nostra e di tutti. Mondo come spazio senza confini in cui si vive l’universalità del nostro essere tutti fratelli, tutti figli dello stesso Padre e coinvolti nella stessa responsabilità, nella stessa avventura di far brillare la grandezza della creazione che Dio ci ha messo nelle mani.
Pensiamo a quello che ognuno di noi vive nella sua famiglia, nel suo lavoro, nel suo studio, nell’esperienza dell’amicizia, dell’amore, della responsabilità, nella fatica, nel dolore: che cos’è il mondo, se non questo?
Ed è esperienza di mistero che ci coglie con la sua bellezza e la sua intensità, luogo dell’incontro con il Signore e della fedeltà a Lui. Il nostro essere “mondo” ha la responsabilità di continuare a far risuonare in esso la compiacenza di Dio sulla sua creatura. Sappiamo che la realtà, oltre che portare i segni della sapienza e dell’amore che l’hanno creata, porta anche i segni del peccato con cui l’uomo si è posto contro Dio, quasi invidioso della sua potenza. Lo riconosciamo in noi ad ogni momento, nei nostri orgogli, nelle nostre negazioni del legame fraterno, in tutte quelle scelte che infrangono l’armonia del primo giorno e ci rendono operatori e vittime del male. Ma crediamo che questa non è la condizione definitiva dell’umanità; Dio non ha smesso di amare il volto oggi sfigurato della sua creatura e ha mandato il Figlio.
Forse non riflettiamo a sufficienza sul fatto che Dio, per rinnovare la realtà, ha assunto carne umana, ha condiviso la grandezza e la fragilità della nostra esistenza; ha vissuto entro i confini di una piccola terra, ha fatto suoi i tratti di una cultura e di un tempo. In esso è vissuto da bambino e da giovane anonimo per trent’anni. Al di là di ciò che Gesù ha fatto in tre anni di predicazione e di vita pubblica, ciò che salva il mondo è il fatto che Egli ha condiviso la vita di tutti per trent’anni in una normalità, in un silenzio in cui solo il vivere era parola e aveva valore.
Tutto questo riscatta ogni dimensione dell’umanità, della cultura, della storia umana. Nulla vi è di banale in ciò che è umano, ma tutto racchiude un mistero che va intravisto, intuito, cercato, talvolta nella luminosa bellezza della vita, tal’altra nell’oscurità dei momenti difficili.

Santità nel mondo

L'esperienza dei laici cristiani è un modo per continuare nel tempo il mistero di Nazareth, che è così silenzioso da poterlo immaginare raccontato in infiniti modi dalla vita delle donne e degli uomini di ogni tempo. I credenti hanno la consapevolezza che le loro esistenza è immagine, seppur pallida, di quella del Figlio di Dio. Sanno che la loro missione, nella condivisione dell'esperienza umana di tutti, ha la responsabilità di far emergere la grandezza dell'esistenza attraverso il gusto del proprio vivere, la testimonianza della bellezza della vita e di quanto l'essere cristiani dia orizzonti nuovi all'esistenza di ogni giorno.
Dopo il Signore, portare amore nel mondo, per trasformarlo, tocca a ciascuno di noi, tocca ai nostri gesti quotidiani, che vissuti nell’amore sono ciò che trasfigura la realtà e la fa risorgere. Vissuta così, la vita cristiana ha un’impronta pasquale e pone nella realtà, già oggi, la luce della risurrezione.
In questa prospettiva il lavoro ritrova il suo valore di azione solidale per la vita di tutti. Allora l’educazione può tornare ad essere veramente sostegno alla crescita originale delle nuove generazioni. Allora l’amore umano recupera la sua bellezza di dono all’altro. Allora la politica ritrova il suo valore di azione che costruisce una città in cui è possibile la dignità di ogni persona. Così, il nostro stare nel mondo non è aver delimitato un territorio, bensì l'esperienza dell’abitare una realtà che ci è data come opportunità e che noi siamo chiamati a far risorgere con i nostri gesti di ogni giorno.
Lo scorrere delle nostre giornate diventa l’esperienza del mistero di Dio, dentro il tempo. Anche i cristiani comuni sono chiamati alla contemplazione: partecipare alla dimensione di mistero che c’è in ogni istante, mistero di Dio incontrato nel mondo. E più lo sguardo si allena a intuire dentro la vita la presenza di Dio e più scopre l’intensità del mistero della vita stessa, la bellezza dell’incontrarsi, del volersi bene, del darsi da fare per gli altri; la fatica dello sperimentare il limite e il nostro essere salvati dentro di esso. Serve la profondità di uno sguardo acuto per cogliere questo, di uno sguardo che non si accontenta della superficie delle cose, che rifiuta la banalità. Se questo avviene, è la vita di ogni giorno che vede trasformati i suoi tratti e acquista un’intensità nuova.

Grandezza dell’umanità

Vi sono moltissime conseguenze, che scaturiscono da questa impostazione. Mi limito a evidenziarne due.
La prima: occorre che la Chiesa si converta all’umanità: quella del Signore, così poco considerata, apprezzata, contemplata… come via per incontrarlo nell’esistenza; come mistero del suo condividere la nostra stessa umanità; quella di ogni donna e uomo, da educare, da formare, da far crescere, perché l’essere cristiani non è a lato rispetto a noi, alla nostra storia, alle nostre qualità umane, che costituiscono il linguaggio più ordinario e comune per parlare di Vangelo, mostrandolo; l’umanità delle persone che ci vivono accanto, radice comune su cui si fondano comune dignità e valori di fraternità; l’umanità della parola con cui annunciamo, perché non sia a prescindere dalla vita o-ancor peggio- contro la vita; perché non sia dottrina senza spessore di esistenza; perché sia voce che rivela la grandezza della nostra vocazione di donne e uomini; perché non sia legge che rinchiude, ma amore che libera; perché non sia grigia ripetizione di pensieri che non parlano al cuore perché non scaturiscono dalla vita; perché non sia giogo ma rivelazione che fa intravvedere il senso di ogni istante; l’umanità delle relazioni tra noi e con tutti, perché abbiano quel calore, quella cordialità, quell’accoglienza, quella misericordia e quell’assenza di giudizio che ha caratterizzato le relazioni del Signore Gesù con le persone che ha incontrato.
La seconda conseguenza: i percorsi formativi devono con decisione assumere una prospettiva di valorizzazione della vita e delle dimensioni secolari di essa. La vita è dono di Dio, così come ciò di cui Dio l’ha circondata. Occorre insegnare che essa non è un inciampo sulla via della santità, ma un aiuto a intravedere già ora, in filigrana, il profilo della bellezza del Creatore. La nostra umanità non è qualcosa da mortificare, ma un capolavoro da liberare e da realizzare in tutta la sua bellezza.
Affrontare la vocazione laicale in questa prospettiva penso consenta ad un giovane di guardare con interesse non solo questo percorso come uno dei quelli possibili, in grado di realizzare la sua vita, ma anche come un modo grande di interpretare il proprio desiderio di pienezza e di realizzazione.

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