Un libro, una proposta verso gli ultimi

 

Storie di vita

Lomunno

Aldo Giraudo

(NPG 2016-03-67)


Questo è un bel libro ed è un libro significativo; per tanti versi anche importante. Vorrei spiegarne il perché.

Il genere letterario è singolare.
Non è una biografia, anche se racconta di fatto 35 anni di vita di un salesiano che si immerge totalmente nella sua missione. Non è biografia perché il centro d’interesse è un altro: il Ferrante Aporti, i giovani ospiti, il problema educativo. Non è una biografia perché attorno a lui un coro di voci e di testimonianze ampliano l’orizzonte, contestualizzano e approfondiscono: i ragazzi e i genitori; i direttori del Ferrante Aporti, il comandante della Polizia penitenziaria, il Procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale dei Minorenni, le suore di clausura del Cottolengo...
Non è un’inchiesta, anche se di fatto ti permette di entrare in profondità dentro un problema, i ragazzi carcerati, con tutto quello che comporta dal punto di vista personale, sociale, giuridico, istituzionale e pastorale; ti porta dentro il Ferrante Aporti, ti informa sulle persone che vi abitano e vi lavorano, sui ruoli e le professionalità, le dinamiche relazionali, le procedure; ti illustra un’avventura di 35 anni, i momenti felici e i passaggi critici che segnano epoche diverse e hanno inciso profondamente sulla vita, le pratiche e l’organizzazione del Ferrante Aporti, ma che sono anche specchio di una storia sociale e civile più ampia (la tossicodipendenza, il nuovo Codice di procedura penale dei minori, l’immigrazione, il rapporto con la città, il volontariato, l’associazionismo, la spettacolarizzazione del crimine, la decadenza in senso civile e morale di alcuni operatori dei media…) e sui progetti educativi e le iniziative, i problemi e le opportunità, i successi e gli insuccessi.
Non è un manuale sul ruolo del cappellano di un carcere minorile o sulle caratteristiche e le buone pratiche di una comunità educativa che vi lavora, anche se al termine della lettura è possibile stilare un profilo dettagliato; anche se un operatore del settore può trarne utili insegnamenti.
Si potrebbe anche dire che non è neanche del tutto un libro intervista, pur presentandosi come tale, non solo per gli allegati e le interviste parallele collocate alla fine di ogni capitolo. Ma perché non ci trovi quell’autoreferenzialità e quell’alone celebrativo che queste operazioni editoriali portano inevitabilmente con sé. Certo, incontriamo dei riconoscimenti alla persona, ma in funzione del ruolo. Percepiamo lo sforzo, da parte dell’intervistatrice e dell’intervistato, di tenersi in disparte per non interferire con i temi centrali che stanno a cuore: i giovani ospiti del Ferrante Aporti, il rispetto che si deve alle persone, le domande, le sfide, ma anche le ricchezze che esse portano con sé; la giustizia minorile e il problema educativo e rieducativo; la sinergia e la sintonia tra i diversi operatori e professionisti del settore; il dialogo e l’interazione con la società civile ed ecclesiale, col volontariato; e, naturalmente, il ruolo speciale che ha il cappellano di un carcere minorile, l’apporto specifico della sensibilità e dell’esperienza salesiana, l’importanza della cura spirituale e dei percorsi religiosi.

Questo libro è anzitutto la testimonianza di vita di un educatore, di un mediatore sociale, di un professionista, di un pastore, di un figlio di don Bosco che riflette sull’esperienza di 35 anni in uno dei gangli più delicati e sensibili della nostra società, qual è il carcere minorile. Don Domenico è sempre stato riservato sul suo lavoro nel Ferrante Aporti. “Mi sono lasciato convincere solo dal fatto che noi non siamo solo debitori del passato, ma anche del futuro e quindi la nostra storia – dicono e ci credo – magari serve a qualcuno” (p. 125). Certamente. Serve per conoscere dal di dentro e in profondità una realtà che un esterno diversamente non potrebbe assolutamente accostare. Serve per capire, per crescere nella sensibilità sociale, civile ed ecclesiale, per cambiare prospettiva e metro di giudizio, se necessario.
È anche una storia di formazione, di maturazione, di progressive acquisizioni, di scoperte e riappropriazioni, di approfondimenti… Il segreto di questo dinamismo è l’attenzione prioritaria alle persone, il rispetto e l’amore per quei giovani, la ricerca del loro bene, insieme all’ascolto e al discernimento delle situazioni, dei segni dei tempi, il fiuto per il kairòs, per il momento opportuno, il dono di cogliere l’attimo fuggente, l’occasione storica, unito all’umiltà di mettere in questione punti di vista, postulati, pratiche consolidate…
Come discepolo di don Bosco in questo libro, in questa testimonianza di vita, trovo anche abbondanti stimoli per una riflessione carismatica su alcuni tratti fondamentali del patrimonio educativo e spirituale salesiano, su alcune intuizioni di don Bosco, che sono le costanti, i nodi dinamici, le note vitali del sistema preventivo e trovo una conferma sulla loro duttilità e validità, sulla loro “straordinaria modernità” come afferma Anna Maria Baldelli, Procuratore capo presso il Tribunale dei Minorenni di Torino (p. 273). L’esperienza di un salesiano che parte da quello che è e che sa fare, il metodo dell’oratorio, la relazione d’amicizia e la presenza, la conquista della confidenza, la ricerca del “punto accessibile al bene” nel cuore di ciascuno, le attività sportive, la scuola, la costruzione della comunità all’interno e della rete attorno all’opera, e lo applica con senso pratico e con grande delicatezza e rispetto nel contesto del carcere minorile, adattandolo a quei ragazzi, a quegli operatori, questa esperienza è illuminante. L’ambito è diverso rispetto a quello delle opere salesiane tradizionali, ma è proprio questa diversità che esalta la fecondità del patrimonio salesiano e diventa ricchezza per tutta la compagine salesiana. Inoltre l’esperienza raccontata in questo bel libro non illustra soltanto la validità e le potenzialità del metodo don Bosco, ma dimostra anche la fecondità di una vocazione che include la consacrazione a Dio – e di conseguenza alimenta la dedizione generosa e incondizionata di sé alle persone e alla missione – e chiede un forte senso di appartenenza e una grande fiducia nel carisma proprio e nelle sue potenzialità.
Poi – e merita la pena sottolinearlo per gli operatori di pastorale giovanile – questo libro è una verifica esperienziale della validità della teologia dell’incarnazione nella vita di una pastore e nella sua attività. Merita la pena leggere un brano (p. 190):

“Il quotidiano è ciò che abbiamo, è quello che c’è. La mia teologia dell’incarnazione ho sempre cercato di coniugarla così, per questo è una teologia a cui sono molto affezionato. Anche nei progetti di pastorale giovanile, una pastorale oggi un po’ fuori moda, basta leggere alcuni scritti di questi ultimi anni. Io sono cresciuto con la teologia dell’incarnazione, una pedagogia, una teologia, una pastorale giovanile dell’incarnazione, che crede veramente che ogni proposta e cammino educativo di fede lo si debba coniugare con il presente, si debba impastarlo nella carne del quotidiano e in ogni proposta di pastorale giovanile non debba mancare l’attenzione ai poveri e alla carità. È lo stesso concetto ribadito nel convegno che si è tenuto a Fiuggi nel novembre 2011, in occasione del 40° anniversario della fondazione della Caritas, che aveva come tema: La Chiesa che educa servendo carità […]. O quello che papa Francesco ha detto il 5 luglio 2014 durante la sua visita pastorale a Campobasso [in nota la citazione delle parole del papa: (…) Il servizio della carità siamo chiamati a viverlo nelle realtà ordinarie (…). È la carità di tutti i giorni, la carità ordinaria. La testimonianza della carità è la via ordinaria dell’evangelizzazione. In questo la Chiesa è sempre stata in prima linea, presenza materna e fraterna che condivide le difficoltà e le fragilità della gente …]”.

Per questo, dunque, e per le tante ricchezze disperse in questo libro, esso è da raccomandare a chi fa dell'educazione, della prevenzione e della vicinanza ai più poveri il cuore pulsante della sua azione.

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