La realtà è poliedrica

 

Criteri pastorali dalla EG /5

Domenico Cravero

(NPG 2016-05-76)


“Il tutto è superiore alla parte”. Dice così il quarto principio proposto da papa Francesco per lo sviluppo della convivenza sociale ed esposto nei n. 234-237 della Evangelii Gaudium. Questa riflessione è la più vicina ai temi affrontati dall’enciclica Laudato si’. L’istanza planetaria è uno dei “segni dei tempi” forse oggi più evidenti: c’è una percezione sempre più diffusa che la salvezza di ognuno (individuo o popolo), è legata indissolubilmente alla salvezza di tutti e cioè dell’umanità. Conosciamo sempre meglio i meccanismi dell’interdipendenza in tutti i settori vitali del vivere comune, impariamo sempre meglio a descrivere le società come sistemi. Eppure, a questa reale presa di coscienza, non corrisponde poi una pratica (e un linguaggio) coerente. Al contrario esplodono i particolarismi, sorgono sempre nuove forme di etnocentrismo, si alternano schieramenti, contrapposizioni.
La cultura moderna, pur nel relativismo dei suoi valori e nel pluralismo delle scelte e degli orientamenti, non sembra in grado di porsi realmente in alternativa alle mentalità di parte.
I provvedimenti ad hoc (quelli che considerano la parte e non il tutto) non si sono rivelati in grado di correggere le cause profonde dei problemi ecologici e sociali. In alcuni casi hanno addirittura permesso a quelle cause di rafforzarsi, innescando reazioni impreviste e viziose. Ogni intervento in una singola area dell'ecosistema non può prescindere, infatti, dal considerare le sue conseguenze in altri ambiti.
Manca in questo nostro tempo di sfide così gravi, un’etica solida e condivisa, una cultura e una spiritualità che ci rendano consapevoli della nostra insufficiente capacità di governarci e che ci diano il senso del limite e il valore del tutto. Per indicare l’era geologica attuale, nella quale la causa principale delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche è l’uomo, è stato coniato fin dagli anni ottanta il termine “Antropocene”. Per superare questa fase dagli effetti deleteri, è necessario avviare una “nuova alleanza” (I. Prigogine) con la natura, dove ripensare i nostri stili di vita e i valori che ci orientano nel rapporto con la terra. L’Antropocene è, infatti, un’era geologica che consiste nella svalutazione di tutti i valori. La civilizzazione della modernità ha perseguito le sue conquiste applicando alcuni convincimenti sostenuti sia dal pensiero filosofico sia dall’ideologia. Questi orientamenti sono poi diventati costume popolare. Essi sono tanto evidenti da essere facilmente individuati: “Possiamo avere un controllo unilaterale sull'ambiente, dobbiamo quindi adoperarci per raggiungerlo”, “Lo sfruttamento delle risorse della terra si può espandere all'infinito”, “Ciò che conta è il vantaggio del singolo”, “La tecnologia ci permetterà di realizzare in maniera compiuta il determinismo economico”. Queste idee si sono rivelate false. Si è creata di conseguenza una situazione di contrapposizione di condizioni che possono essere vissute solo nell’unità e nella collaborazione (“Noi contro l'ambiente, noi contro altri uomini”). La creatura che pensa di dominare il suo ambiente distrugge se stessa.
La crisi drammatica dell’ecosistema e del lavoro umano (due questioni che non si possono considerare disgiunte) richiede un cambiamento di prospettiva. La scienza ecologica può gradualmente aiutarci a formare una vera coscienza ecologica. In questo percorso, centrale è la nozione di “ecosistema”. Non esistono l'uomo e l'ambiente, ma l'uomo nel suo ambiente. La questione ecologica va posta come strettamente unita a quella dello sviluppo della società e dell'umanità intera. “Bisogna prestare attenzione alla dimensione globale per non cadere in una meschinità quotidiana. Al tempo stesso, non è opportuno perdere di vista ciò che è locale, che ci fa camminare con i piedi per terra “: EG 234).
Il modello non è la sfera dove non ci sono differenze tra un punto e l’altro. È il poliedro, spiega papa Francesco, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Solo così si possono inserire i poveri, con la loro cultura, i loro progetti e le loro proprie potenzialità. E può essere valorizzata la “mistica popolare che accoglie a suo modo il Vangelo intero e lo incarna in espressioni di preghiera, di fraternità, di giustizia, di lotta e di festa”.

Tutto è ricapitolato in Cristo

La pressione della complessità degli eventi, l'urgenza e l'ampiezza dei problemi ecologici, sociali ed educativi sono già un valido stimolo per cambiare i nostri pensieri, ma non bastano. C’è bisogno anche di una motivazione interiore per incidere sugli stili di vita. Il segno più profondo e più grave delle implicazioni morali insite nella questione ecologica, è costituito dalla mancanza di un’adeguata comprensione dell’umano. La stessa realtà del corpo non è più evidente. In passato non era sempre valorizzato. Era considerato debole e caduco, votato alla morte e miserevole, in rapporto all’immortalità dell’anima. La sua realtà però non era messa in dubbio. Oggi invece, nel dominio delle neuroscienze, negli studi sull’intelligenza artificiale, la macchina (il “numerico”) sembra essere diventato il modello d’interpretazione dell’umano. All’osservazione della scienza, il corpo appare un mero ammasso di cellule, governate da un codice genetico, oggi potenzialmente modificabile. Sono inquietanti le analisi che individuano nella scienza sperimentale l’unico sistema che definisce l’esperienza umana, dove anche l’altruismo è interpretato come effetto genetico e l’amore mera conseguenza del gioco di neurotrasmettitori. Sia operativamente sia teoricamente, l’agire umano è spesso analizzato secondo le regole della tecnoscienza. Le interpretazioni umanistiche o religiose sono a volte considerate solo come intralci o visioni magiche involute, a paragone con le leggi e le promesse della tecnica. Tecnologie dei big data, neuroscienze, farmaci della mente, mondi virtuali dell’intrattenimento, nella recente evoluzione del numerico, entrano in sinergia e moltiplicano la loro azione. Siti internet, talk show, riviste incoraggiano e rendono popolare questo modello di post-umanesimo, annunciato come vincente. Se manca il senso del valore dell’umano, predominano il disinteresse per il prossimo e la noncuranza della terra. Senza il primato dell’umano, l’economia iperindustriale tende a diventare strutturalmente “diseconomia”, cioè “mancanza di cura”. Le sue creazioni e i suoi oggetti perdono il loro senso e si amplifica senza fine la loro gettabilità. Il mercato si riduce a un mero sistema di calcolo di opportunità e di guadagno. Il destino dell’ultraliberismo diventa così la disintegrazione degli individui, trasformati in puri “dividui” (F. Guattari) Anziché supporti d’investimento, beni (cose buone) preziosi ed essenziali, le cose diventano totalmente vane, si trasformano in nulla. La nuda legge del mercato genera nuove forme di un totalitarismo, apparentemente gentile, secondo l’etichetta del marketing: “Tutto attorno a te, perché tu vali!”. In realtà il “mostro mite” (R. Simone) della dittatura del mercato globalizzato ricorda da vicino il terrore nella seconda bestia dell’Apocalisse: “Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome” (Ap 13,16-17).
“Il Vangelo possiede un criterio di totalità che gli è intrinseco (…) feconda e risana tutte le dimensioni dell’uomo (…) unisce tutti gli uomini nella mensa del Regno” (n. 237).
Nel messaggio cristiano l’adesione di fede diventa amore per la vita, umile servizio della creazione: "Egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà: (...) ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra" (Ef 1,9-10).

Credo la chiesa cattolica

Siamo talmente abituati alle contrapposizioni e alle sottolineature della differenza che facciamo fatica a trovare, in alternativa a quello etnocentrico, un linguaggio cosmopolita con il quale dire quello che ci accomuna, indicare l’Utopia della fratellanza che pure ci appare sempre più necessaria e collocarci nella prospettiva evocata dalla grandiosa visione di Isaia. Eppure proprio questo linguaggio si impegna a parlare (e a vivere) chi professa la fede che la Chiesa è “cattolica”. La Chiesa nasce cattolica con la Pentecoste e, significativamente, la sua novità dirompente si esprime nel linguaggio, nei modi, cioè, in cui la comunità ascolta e parla. “Ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua” Coloro che partecipano alla comunicazione cosmopolita si trattano l'un l'altro come “nativi” cioè appartenenti alla stessa “terra”, formati “allo stesso modo”; c’è un “sentire” che precede la parola e coglie l’Altro nella sua concretezza e nella sua appartenenza alla medesima umanità, alla stessa storia. “Siamo Parti, Medi...”. Nello stesso tempo, l’Altro non è omologato all’Io ma riconosciuto nella sua diversità, nella sua individualità e pratica “locale”. I gruppi si sentono un popolo (“si intendono”) pur rimanendo realtà sociali diverse e quindi “incommensurabili”. Si mettono in comune le proprie storie ma non per “fonderle” : semmai per realizzare una comunione di ordine più elevato (la Chiesa), cercata e trovata attraverso ciò che unisce pur mantenendo diversi. Ciò che stupisce e affascina non è tanto l'“oggettività” (il fragore...) ma l'intersoggettività: la meraviglia di un terreno comune tra identità distinte e inviolabili.
Il linguaggio etnocentrico, invece, non sa uscire dalla rigida distinzione “noi”/ “loro”. Per riuscire nel suo intento questa pratica comunicativa è ossessionata dal presentare la propria “storia” come assoluta, dal considerare le "proprie" pratiche e i "propri" interessi come "giusti" e irrinunciabili. (Ogni conversazione “etnocentrica” contiene sempre almeno due passaggi: quello che mette in evidenza la differenza tra il proprio gruppo e gli altri, e la dimostrazione della validità esclusiva della propria storia). L’ etnocentrismo può esprimersi in modalità diverse ma, alla fine, equivalenti: respingere e contrapporsi a ciò che gli altri dicono e sono, oppure ostinarsi a considerare l'Altro come “uno di noi” pensandolo secondo i propri standard. La domanda assillante è la medesima: “È dei nostri?”. Le nuove tecnologie digitali hanno creato un mondo inedito. I giovani hanno certamente più facilità rispetto agli adulti a riappropriarsi di questo nuovo territorio. Sanno utilizzare con più flessibilità ed elasticità i "personal media", simboli del nuovo mondo senza frontiere. I giovani amano molto viaggiare e conoscere, si trovano a proprio agio in ogni ambiente e in ogni parte del globo, s'identificano con curiosità nelle culture più diverse; la musica è diventata un linguaggio universale dei giovani di tutti i continenti. Non mancano tuttavia nei giovani di oggi segni preoccupanti di etnocentrismo: forme di bullismo, episodi di razzismo, chiusure ideologiche, indifferenza diffusa.

Per la pastorale giovanile “in uscita”

Se è vero che quello che noi siamo e pensiamo lo traduciamo sempre in linguaggio, possiamo indicare come “eloquenza sociale ” (B. W. Pearce) l’arte di “cogliere insieme” senza sminuire le differenze, la capacità di “parlare come nativi” nei contesti, negli ambienti, nei gruppi più diversi. Gesù è il Signore di tutti, la Chiesa è aperta ad ogni uomo. Ed è “in uscita”. Il giovane cristiano è responsabile di questo messaggio e lo deve esprimere in un linguaggio comprensibile. La sua competenza riguarda sia l'“ascoltare” che il “parlare”. Il linguaggio cosmopolita considera le storie di ciascuno più ricche di quanto “appaia”; descrive il mondo da prospettive molteplici, ciascuna delle quali rivela come esso sia composto diversamente. Il cristiano può anche sospendere volontariamente le proprie convinzioni per meglio ascoltare, per meglio accogliere. Tuttavia non rinuncia alle proprie convinzioni, non mette a rischio la propria fede. Impara a "leggere" le proprie storie in modo da essere profondamente coinvolti in una cultura locale e insieme nel sistema più ampio possibile. Cerca di agire localmente ma di pensare globalmente.
Si esercita a creare condizioni di comunicazione “cosmopolita” negli incontri, nei dibattiti, nei confronti pubblici su argomenti controversi. S’impegna a fare riferimento a tutte le espressioni della cultura locale senza però aderirvi totalmente nelle espressioni incompatibili con la comunicazione cosmopolita. Si addestrarsi nella capacità di auto-ironia in tutte le cose “nostre”, per essere capaci di profezia e di denuncia davanti a ogni impostura o idolatria. Sa che la verità “tutta intera”, promessa dal Cristo, non è neppure racchiudibile nel Vangelo di Gesù. C’è ancora un “quinto evangelo” che è responsabilità di ogni pastorale scrivere, consapevoli che sarà, in ogni caso, solo “parte”.

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