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Nel pomeriggio, all’insegna del calore e dell’entusiasmo tipico della famiglia salesiana, la celebrazione civile per il bicentenario della nascita di don Bosco si è svolta al Teatro Regio di Torino con un incontro tra il Rettor Maggiore dei salesiani don Ángel Fernández Artime, le autorità cittadine, civili, militari, religiose e i giornalisti.

“Il miglior pubblico di sempre” ha esordito il “maggiordomo” dell’evento Gigi Cotichella, intrattenendo il pubblico prima di lasciare spazio alla Banda di Candiolo.

È stata la madre superiora delle Figlie di Maria Ausiliatrice Yvonne Reungoat a fare gli onori di casa a nome di tutta la famiglia salesiana “Felici di festeggiare don Bosco – dice – un educatore fantastico che ha avuto irradiazione in tutto il Piemonte, in Italia e nel mondo. Non si può essere buoni cristiani senza essere onesti cittadini. Oggi, sentiamo la responsabilità di essere noi don Bosco.”

Il conduttore Gigi Cotichella ha poi invitato sul palco le diverse anime di Torino e del Piemonte: l’Arcivescovo dell’arcidiocesi di Torino, Monsignor Cesare Nosiglia, che si è dichiarato commosso, ricordando il periodo scolastico dalle figlie di Maria Ausiliatrice. “Non avrei mai pensato che avrei potuto essere qui, dopo tanti anni, in questa veste. Vorrei richiamare quel cuore. L’educatore deve trasmettere se stesso, deve essere l’amore che incarica il cuore di ogni ragazzo.” L’ispettore dei salesiani del Piemonte e Valle d’Aosta, Don Enrico Stasi, ha dato il benvenuto nella terra di don Bosco definendolo “un santo del popolo, pratico e uomo di Dio.” Il sindaco della Città Metropolitana, Piero Fassino, ha parlato della Torino di don Bosco e dei santi sociali perché, oggi più che mai, nessuno sia lasciato solo. E’ stato poi il turno del Governatore della Regione, Sergio Chiamparino, che ha abbracciato metaforicamente i salesiani di tutto il mondo. “Don Bosco – ha detto – lascia una grande eredità alla laicità del Piemonte: nel futuro, speriamo di esserne all’altezza.” Luigi Bobba, sottosegretario al ministero del lavoro, ha portato il saluto del governo e spiegato che bisogna sviluppare le capacità e i talenti, e dare la spinta per affrontare le difficoltà.

Dopo l’esecuzione dell’inno italiano è stato letto il messaggio del Presidente emerito Giorgio Napolitano prima che sul palco prendesse vita il sogno di Giovannino con il racconto, danza e concerto del gruppo guidato da Gabriel Iturraspe. La giornata si è poi sviluppata affrontando alcune tematiche legate all’attività di Don Bosco: la dignità del lavoro, la scuola e la sfida educativa, gli oratori.

Don Bosco e il lavoro
L’imprenditore Pietro De Biasi, Responsabile Industrial Relations FCA, ha parlato della fabbrica, che sta cambiando, indirizzata, sempre più, verso una maggiore partecipazione, non solo materiale ma anche emotiva. In questo ambito la famiglia salesiana ha annunciato che partirà un’iniziativa che porterà alla nascita di duecento nuovi posti di lavoro mettendo insieme giovani e imprenditori. È l’attrice Laura Curino a portare sul palco la storia lavorativa di Giovannino Bosco. “Don Bosco, spiega la Curino, ha svolto una mole di lavoro pazzesco, sotto gli occhi rancorosi del fratello che non capiva perché Giovannino volesse studiare. Don Bosco barista, cameriere, sarto, scrittore, saltimbanco… Traslocatore! L’impresa di don Bosco, continua l’attrice, non la batte nessuno. Per don Bosco una persona è tutto l’insieme. A volte gli Imprenditori identificano i propri sogni con loro stessi, don Bosco, invece, ha fatto una holding, ha pensato al dopo e a reperire fondi, intrattenendo relazioni, facendo comunicazione”. Laura Curino ha terminato il proprio intervento con brano tratto dal suo nuovo spettacolo che sarà in scena al teatro Gobetti dal 19 maggio al 17 giugno di quest’anno.

Don Bosco e l’educazione
Don Bosco aveva capito che la sfida educativa passava dalla cultura, dopo 200 anni ci si chiede ancora dove, e quale sia la sfida culturale, ed è Rolando Picchioni, presidente del Salone del libro, a parlarne “Il salone del libro, spiega Picchioni, non deve vivere solo per quei 5 giorni. Vorremmo che il programma del salone possa avere carature più vaste e prendere possesso anche delle scuole, dei centri di cultura, degli oratori. Un programma culturale continuo, un’intelligenza del cuore e della mente”. A portare in scena la sfida culturale è l’attore Eugenio Allegri che con i ragazzi-attori mette in risalto l’importanza della scuola, della cultura, dei sogni che ci rendono grandi, concludendo il proprio intervento con l’incipit dello spettacolo “Novecento”.

Gli oratori
Una girandola di emozioni che si compie con l’oratorio festivo. Il tempo della festa nel tempo libero. È suor Giuliana Galli, consigliera della compagnia di San Paolo, a spiegarci l’importanza di come vivere il nostro tempo, “Il tempo oggi lo si deve liberare da una pletora di cose che ci dà la tecnologia. Il tempo di cultura è molto più vasto e ampio. Dobbiamo conoscere il nostro mondo di oggi per viverlo secondo le nostre inclinazioni. Don bosco è il motore dei Talenti”. Dall’oratorio arriva anche Giacomo Poretti, del trio Aldo Giovanni e Giacomo, che racconta la sua esperienza.

La sua vita ha avuto un senso, dice, grazie all’oratorio. Il suo è uno sguardo ironico e al contempo malinconico verso i ricordi. Per lui, che aveva solo sei anni, l’oratorio era la casa di San Giovanni Bosco e la moglie, Santa Chiara. “Una casa fantastica, dice, con un grande campo da calcio, il calcio balilla e il distributore di bibite che però si pagavano, poco, ma si pagavano. Il parroco era anche catechista, barista, educatore. E sul campo da calcio c’erano 280 bambini”. Giacomo ha raccontato in modo esilarante le partite, le rivalità, i sogni, miscelando anche con ironia ricordi e sogni. “Quando c’erano gli oratori, conclude Poretti, non servivano le tate, il don era la tata di tutti, e tutti si sentivano al sicuro”.

Il ritorno dei ragazzi sul palco racconta in musica la nascita dei salesiani attraverso l’intervento musicale diretto e ritmato da Andrea Vanadia e la sua band, capaci con i loro cuori di battere come uno solo. Si è cantato di creatività e danzato volando tra sogni e problematiche giovanili.

Don Ángel Fernández Artime
La giornata si conclude con Mario Calabresi, direttore de “La Stampa”, che intervista il Rettor Maggiore, decimo successore di Don Bosco, don Ángel Artime. Sul tema dei giovani, delle loro ansie e paure di come sia possibile incoraggiarli e combattere la loro mancanza di entusiasmo, il Rettor Maggiore sottolinea di come sia necessario riconoscere che la società è pensata per gli adulti, Troppe volte gli adulti non lasciano spazio ai giovani. Allo stesso tempo, i giovani hanno grandi capacità e valori che devono coltivare, “il nostro compito, spiega Don Angel, è quello di supportarli in questa crescita.”

Calabresi, allora, chiede come dovrebbero agire gli adulti per “essere attraenti”, come affermava Don Bosco. “Onesti, credibili, e dare l’esempio di speranza, risponde Don Artime, i giovani hanno bisogno di adulti che stanno sempre al loro fianco. Bisogna essere modelli di valori. Laura Curino ricordava che Don Bosco è stato tante “cose” e non si è mai lasciato scoraggiare. Oggi c’è da stare poco allegri, ma ci sono storie di sogni che vengono realizzati, buoni maestri, buone arti, e sono queste che vanno perseguite”.

Alla domanda di quale sia il modo migliore per trasmettere questi valori oltre l’ansia e il cinismo Don Angel risponde che il momento è difficile, il lavoro è poco, allo stesso tempo incoraggiare, significa avere tante possibilità. “Succede che in tempi difficili è importante sviluppare la nostra umanità, fraternità, la nostra solidarietà. Dobbiamo credere nei giovani, loro sono il nostro futuro”.

Calabresi affronta, poi la modernità di Don Bosco, il significato di riproporlo oggi come modello e il rettor Maggiore ricorda di come festeggiare il bicentenario della nascita di Don Bosco sia

un’opportunità per portarne avanti il sogno, per stare ancora e sempre più, vicino ai giovani, soprattutto quelli esclusi e abbandonati. “Il giovane della Patagonia, dell’Africa e dell’India, non è lo stesso culturalmente ma è uguale nel cuore. La famiglia salesiana ha una preoccupazione: vogliamo essere una famiglia forte nella difesa nei diritti minorili. Vogliamo essere sempre presenti e fare tutto il possibile con le nostre opere”.

 


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